La legge di Bilancio 2026 sposta l’accento dalle agevolazioni fiscali alla pianificazione strategica provando a offrire norme più stabili. Come la recepiranno le imprese?
La legge di Bilancio 2026 rappresenta un momento di svolta per il sistema fiscale italiano, non tanto per l’introduzione di misure clamorose, quanto per il cambio di approccio che la attraversa. Dopo oltre un decennio caratterizzato da interventi emergenziali, incentivi straordinari e continue deroghe, il legislatore sceglie di riportare il fisco in una dimensione più ordinaria, stabile e prevedibile. È un passaggio meno spettacolare rispetto al passato, ma molto più rilevante sul piano strategico.
Negli ultimi anni imprese e imprenditori si sono trovati a operare in un contesto fortemente instabile: bonus edilizi che cambiavano di anno in anno, agevolazioni prorogate all’ultimo momento, regole fiscali spesso modificate a ridosso delle scadenze. Questo scenario ha favorito chi era in grado di reagire rapidamente, ma ha reso difficile una pianificazione seria di medio e lungo periodo. La manovra 2026 prende atto di questa criticità e prova a invertire la rotta.
Il primo segnale di questa nuova impostazione è il modo in cui viene affrontato il tema del lavoro. Il legislatore conferma la centralità del lavoro dipendente, ma evita interventi generalizzati. La riduzione dell’IRPEF sul secondo scaglione è mirata al ceto medio produttivo, quello che sostiene gran parte dei consumi e che ha sofferto più di altri l’aumento del costo della vita. Non si tratta di un taglio indiscriminato delle imposte, bensì di un intervento selettivo che cerca di rafforzare la base economica del Paese senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici. Per le imprese, però, il vero cambiamento non sta tanto nell’aliquota IRPEF, quanto nel modello retributivo che viene incentivato. La manovra 2026 spinge con decisione verso la retribuzione variabile: premi di produttività fortemente agevolati, tassazione ridotta sugli incrementi contrattuali e sulle maggiorazioni per lavoro notturno e festivo rendono sempre meno conveniente puntare esclusivamente sul salario fisso. Il messaggio è chiaro: la crescita dei redditi deve passare dalla produttività e dall’organizzazione, non dall’aumento strutturale dei costi.
In questo contesto assume un ruolo sempre più importante anche il welfare aziendale. Strumenti come i buoni pasto, apparentemente marginali, diventano leve strategiche per aumentare il valore netto riconosciuto ai lavoratori senza appesantire il costo aziendale. La manovra 2026 non introduce rivoluzioni in questo ambito, ma consolida una tendenza ormai evidente: il welfare non è più un beneficio accessorio, bensì una componente ordinaria della politica retributiva, soprattutto per le piccole e medie imprese.
Nel complesso, questa prima parte della manovra disegna un equilibrio nuovo: meno interventi generalizzati, più strumenti flessibili; meno promesse, più responsabilità condivisa tra Stato, imprese e lavoratori. È una fiscalità che chiede maggiore maturità, ma che offre in cambio una maggiore stabilità.
IMMOBILI, BONUS EDILIZI E LOCAZIONI
Uno dei capitoli più significativi della legge di Bilancio 2026 riguarda il settore immobiliare, che negli ultimi anni è stato al centro di politiche fiscali estremamente espansive. Bonus edilizi rafforzati, aliquote elevate e continui ampliamenti hanno trasformato l’immobile in uno strumento di pianificazione fiscale più che in un bene economico da gestire con logica imprenditoriale. La manovra 2026 segna la fine di questa stagione.
Il legislatore sceglie di riportare ristrutturazioni, ecobonus e sismabonus all’interno di un regime ordinario, ridimensionando drasticamente il ruolo dell’incentivo fiscale. Questo non significa che gli interventi non siano più agevolati, ma che l’agevolazione smette di essere il motivo principale per cui si decide di investire. Dal 2026 la valutazione torna a essere economica: conviene intervenire su un immobile perché migliora il suo valore, la sua efficienza o la sua redditività, non perché lo Stato copre una quota rilevante della spesa.
Per le imprese del settore edilizio e immobiliare il cambiamento è profondo. Viene meno l’effetto trainante dei bonus straordinari, ma aumenta la prevedibilità del quadro normativo. In un mercato più “normale”, chi è organizzato, efficiente e competitivo può programmare meglio, mentre chi basava il proprio modello di business esclusivamente sugli incentivi dovrà rivedere le proprie strategie.
Un discorso analogo vale per le locazioni brevi. La manovra 2026 interviene in modo netto su un settore che negli ultimi anni ha vissuto in una zona grigia, a metà tra gestione privata e attività d’impresa. Riducendo drasticamente la soglia oltre la quale l’attività viene considerata imprenditoriale, il legislatore afferma un principio semplice ma decisivo: quando un’attività è organizzata e genera flussi significativi, è impresa.
Accanto alla stretta sugli incentivi, la manovra 2026 offre anche strumenti di razionalizzazione patrimoniale, come le assegnazioni agevolate e le estromissioni. Non sono misure espansive, ma finestre temporanee che consentono a imprese e imprenditori di riorganizzare patrimoni immobiliari costruiti in un contesto normativo ormai superato. È un approccio coerente: meno bonus per il futuro, ma strumenti per sistemare il passato.
IMPRESE, INVESTIMENTI E PIANIFICAZIONE
La terza grande direttrice della manovra 2026 riguarda direttamente la fiscalità d’impresa e il modo in cui vengono trattati investimenti, partecipazioni e redditi finanziari. Qui il filo conduttore è evidente: ridurre gli spazi di arbitraggio fiscale e rafforzare il legame tra agevolazione e sostanza economica. Le modifiche al regime delle partecipazioni e dei dividendi vanno in questa direzione. Le agevolazioni vengono ristrette ai casi in cui l’investimento è realmente significativo e stabile. Non si tratta di penalizzare l’attività finanziaria in sé, ma di evitare che strumenti nati per favorire lo sviluppo industriale vengano utilizzati per ottimizzazioni di breve periodo. Per holding e gruppi societari questo significa rivedere assetti, partecipazioni e strategie di distribuzione degli utili con una logica più industriale e meno tattica.
Sul fronte degli investimenti, gli incentivi non scompaiono, ma cambiano natura. Tornano strumenti come l’iperammortamento, ma in una versione più selettiva e mirata. L’obiettivo, almeno nelle intenzioni del legislatore, non è più stimolare investimenti indiscriminati, bensì favorire quelli realmente produttivi e coerenti con una visione di medio periodo.
Anche la nuova rottamazione delle cartelle si inserisce in questo quadro. Non è un condono facile, ma uno strumento tecnico pensato per recuperare crediti difficilmente esigibili. Offre un’opportunità, ma richiede disciplina finanziaria e capacità di rispettare gli impegni.
Nel complesso, la manovra 2026 da un lato riduce le agevolazioni fiscali ma dall’altro chiede alle imprese di fare più pianificazione strategica. In cambio, il sistema offre qualcosa che negli ultimi anni è mancato spesso: un quadro più stabile, entro il quale costruire decisioni meno dipendenti dall’eccezione e più orientate al futuro.

di Alessandro Gradelli, fiscalista
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