L’AI generativa è usata di continuo dai dipendenti ma mette a rischio dati sensibili che vengono spesso inseriti senza attenzione
Negli studi di amministrazione condominiale l’AI generativa si è diffusa rapidamente: un verbale da riscrivere, una lettera di sollecito, una bozza di regolamento. Bastano pochi secondi per ottenere un testo pronto, incollando dati e richiesta in una chatbot. Il problema è cosa, esattamente, finisce in quella casella di testo.
Secondo il Report 2025 di LayerX, il 77% dei dipendenti incolla dati sensibili aziendali su ChatGPT o altre chatbot, in media 14 volte al giorno, con almeno tre inserimenti quotidiani contenenti informazioni sensibili. Non è malizia: il lavoratore cerca solo una scorciatoia, spesso prima che l’azienda abbia stabilito regole e controlli.
Trasponiamo il dato in uno studio di amministrazione: generare con l’intelligenza artificiale un verbale o una diffida comporta spesso il copia-incolla di nominativi, indirizzi, importi di morosità, talvolta dati su contenziosi o situazioni di disagio legate a barriere architettoniche. Dati che finiscono su un server di terzi, fuori da ogni controllo del titolare del trattamento.
PERCHÉ IL CONDOMINIO È UN CASO DELICATO
Nell’assetto privacy condominiale, il condominio è titolare del trattamento, l’amministratore agisce come responsabile (art. 28 GDPR), i collaboratori sono incaricati. Un impianto pensato per gestire con strumenti tracciabili anagrafiche, posizioni di morosità, dati sensibili. Quando questi dati vengono incollati in un LLM, quell’impianto di garanzie salta — e la responsabilità non cambia: se il dato di un cliente viene inserito in un sistema AI senza adeguate garanzie, a risponderne è comunque chi lo gestisce, cioè lo studio e l’amministratore.
Non è un rischio teorico. Il parere dell’EDPB sui modelli linguistici ricorda che i rischi privacy riguardano anche l’inferenza, dove l’output dell’AI può contenere dati personali inseriti nei prompt. Il dato del condomino non sparisce dopo l’uso: può restare nei log del fornitore o, in caso di breach, finire fuori controllo.
IL PUNTO DEBOLE: MANCANO OMISSIS E PSEUDONIMIZZAZIONE
Il problema non è l’intelligenza artificiale in sé, ma come viene usata. Generare un modello di verbale o una bozza standard con un LLM è utile e lecito. Il rischio nasce quando, per fare prima, si inseriscono nome, indirizzo e importo esatto del debito del condomino moroso, invece di lavorare su un testo anonimizzato da personalizzare solo dopo.
La soluzione è alla portata di tutti: sostituire i dati identificativi con segnaposto generici (“Sig. [COGNOME]”, “unità [N]”, “importo [X] euro”), far generare il testo dell’intelligenza artificiale, e solo dopo — fuori dal chatbot — reinserire i dati reali. Pochi secondi di accortezza che evitano l’esposizione di dati di terzi.
COSA PUÒ FARE UNO STUDIO DI AMMINISTRAZIONE
- Linee guida scritte per collaboratori e dipendenti, che vietino di inserire dati identificativi nei prompt di chatbot pubblici.
- Pseudonimizzazione come prassi: lavorare su template con segnaposto, personalizzandoli solo a valle.
- Strumenti AI con garanzie contrattuali: meglio soluzioni integrate nei gestionali condominiali che soluzioni generaliste senza accordi sul trattamento dati.
- Aggiornare la valutazione dei rischi, includendo l’uso di intelligenza artificiale tra i trattamenti da presidiare.
- Formazione minima ma reale: basta un’ora per spiegare perché “incollare per fare prima” può trasformarsi in una violazione che il condominio dovrà notificare al Garante.
UN’OPPORTUNITÀ DA NON SPRECARE PER LEGGEREZZA
L’AI può davvero alleggerire il lavoro di uno studio di amministrazione. Ma quel 77% di chi incolla dati sensibili senza pensarci è un campanello d’allarme che riguarda anche questo settore, fatto di informazioni delicate: morosità, situazioni familiari, dati sanitari legati all’accessibilità degli edifici.
La differenza tra un uso intelligente e uno rischioso dell’intelligenza artificiale non sta nello strumento, ma in un’abitudine semplice: prima di incollare un dato in una chat, chiedersi se è davvero necessario che quel nome o quell’indirizzo lascino lo studio. Quasi sempre la risposta è no — e un segnaposto basta a fare lo stesso lavoro, senza esporre nessuno.
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