La maggioranza ritira il ddl di riforma a meno di due mesi dalla presentazione. In Parlamento restano altre proposte aperte
È durata meno di due mesi la proposta di legge di riforma del condominio presentata dalla maggioranza il 17 dicembre scorso e ritirata formalmente dall’esame della Camera nelle ultime ore. Annunciato in pompa magna alla presenza delle associazioni di categoria (con molti rappresentanti rimasti fuori tanto era gremita e attesa la presentazione), il disegno di legge è stato affossato senza nessuna dichiarazione, solo tramite un comunicato stampa che ne confermava il ritiro.
Cosa abbia fatto scattare il dietrofront della maggioranza su un tema così caro agli italiani e al centrodestra come la casa non è chiaro. Tanto più che la proposta porta nomi di peso tra i firmatari come il presidente della Commissione Finanze Marco Osnato e la vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Elisabetta Gardini che ne è prima firmataria. Vero è che nei poco meno di due mesi di vita la proposta ha subito pesanti attacchi, l’ultimo da parte del quotidiano La Verità proprio nei giorni scorsi. Ma a sfoderare l’artiglieria pesante sono state per prime le associazioni di categoria degli amministratori condominiali che non avrebbero digerito la profonda riforma (che in diversi punti era invece pienamente necessaria) della professione. Il ddl prevedeva infatti un titolo di laurea obbligatorio e la creazione di un registro della professione presso il Ministero del Made in Italy. Un capitolo spinosissimo su cui si discute da decenni e che invece è arrivato il momento di affrontare. In un’epoca di enorme complessità fiscale e normativa nella gestione patrimoniale l’amministratore deve uscire dal ruolo di professionista di serie B relegatogli dagli altri ordini professionali.
I detrattori hanno puntato il grosso delle critiche sull’aumento dei costi a carico dei proprietari di casa, legato in primis all’obbligo proposto di inserire un revisore dei conti per i condomìni con più di 20 unità. Un costo che Elisabetta Gardini aveva spiegato essere minore di quelli che normalmente si sostengono in Italia per le cause e i ricorsi per gli errori nella gestione patrimoniale dei condomìni. Insomma, spendere per un controllo in più per evitare di spendere cifre colossali in giudizio.
Di certo non è la prima volta che un ddl viene fermato così presto. Solo nel primo anno di questa legislatura alla Camera sono state ritirate 26 proposte di legge mentre molte altre vengono lasciate morire senza aver visto l’aula. La stessa Giorgia Meloni ritirò nella precedente legislatura una sua proposta di legge in materia di contribuzione previdenziale per i lavoratori che svolgono attività sindacale ad esame già molto avanzato in commissione.
Altre proposte più semplicemente in commissione non ci arrivano mai. È il caso, ad esempio, degli altri due ddl di riforma del condominio che attendono l’assegnazione dall’inizio della legislatura, una avanzata dalla Lega in Senato e una dal Pd alla Camera. I volenterosi potrebbero riesumarle e magari integrarle con quello che di buono c’era nella proposta Gardini. Quando chi è oggetto di riforma promette fulmini e tempeste c’è sicuramente da sedersi al tavolo a discutere, ma significa anche che si toccano interessi molto radicati che non sempre corrispondono a quelli dei cittadini.
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